Giorno XI - Martedì 29 luglio 1975 - Viaggio Africa, Cover, DVD, Game, ricette, Corgi, Carlino

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Giorno XI - Martedì 29 luglio 1975

MAF 75
 
 
 



 
 

Figuig - Bouanane (km 210)
Bouanane - Boudenib (km 57)
Boudenib - KsarEr Souk
(Errachidia) (km 92)

 
Galleria




Figuig



Figuig



Strada per Bouarfa



Verso Bouanane



Bouanane - Il MAF
guada un fiume



Bouanane
MAF al guado



Entriamo a Bouanane



Bouanane - Il MAF
nella piazza del paese



Bouanane
I portici



Bouanane

Via alla mattina come nomadi verso la grande prova, la pista che da Figuig porta a 17Km da Boudenib. Ci accorgiamo subito di ciò che ci aspetta: fondo stradale pressoché naturale, temperatura alta anche per l’ora, paesaggio scarso e coperto da una cappa grigia e polverosa. Sembra comunque più che possibile andare avanti, anche se a 25 Km orari. Ma sul più bello, eccoci nelle sabbie fino al collo, il calvario é incominciato!.
Sul fondo di un greto, uno Uadi, il MAF appoggia la pancia sulla sabbia mista a sassi e le ruote razzolano a vuoto, Champi che grida, non sa più che pesci prendere; in effetti bisogna prendere il badile che non si trova più e cominciare a spalare. Fa all’uopo nelle mani del Dinaro nazionale, addirittura il coltellaccio, altrove nomato “falsóun”; con esso però non si fa altro che abbassare le ruote e il MAF s’insabbia irreparabilmente sempre più. Il sole picchia, l’afa polverosa toglie il respiro, la benzina nello stomaco dei cinque, cala a vista d’occhio. Bisogna alzare il MAF (ci pensa Camillo col crick) poi sbancare sotto e spalare dovunque (é saltata fuori la paletta). Sotto al  mezzo, scavo con le unghie e la pala e i quattro raccolgono stecchi e sterpaglie per fare una base alle ruote. Si tenta, si ritenta, infine uno strappo e risaliamo il greto con un sospiro così.
Le forze non sono eccessive, rientriamo nel MAF per riposarci e ripartiamo, quando... alla faccia del Fungo
!!! uno sbarramento interrompe la strada proprio su uno Uadì, dentro al quale lavorano dei marocchini. E’ quasi mezzodì, bisogna abbandonare la via e seguire certe tracce di camioni che naturalmente per loro conto, hanno creato la  deviazione,  tanto qui  passano solo  loro e gli operai non approntano un bel niente. Solo che la deviazione porta in mezzo al guano, cioè alla polvere e alla sabbia e scende e sale per il greto ”ch'lè un lavòr ch'al sciànca”.

Superiamo dunque anche il  secondo sbarramento, Camillo al volante e noi tutti a piedi, uno di qua, uno di la, per trovare il percorso migliore e per alleggerire il MAF. Intanto il caldo e il sole s’incattiviscono e si aggiunge la tempesta di sabbia e polvere. Al terzo e quarto sbarramento, il morale ci andrebbe (e ci va) sotto ai sandali, sennonché stringiamo i denti (abbiamo della sabbia fra i denti) e senza mangiare niente, zucchiamo
finché non sfondiamo l’ultimo baluardo.
Ci facciamo i conti, abbiamo fatto gli ultimi 15 Km in due ore, alla favolosa media dei 7 all’ora. Poi andiamo più spediti, tanto  che alle14,30 abbiamo  impiegato sei ore per fare 72 Km (12 Km orari di media). Arriviamo a Bouanane alle 13 circa (dove non è finita la strada interrata) in una piazza da "mezzogiorno di fuoco". Sembra che nessuno viva qui; vola e ronza la mosca. Intorno, tutto un giro di portici e costruzioni  bianche basse; entriamo in un buco di bottega buia, fra sacchi di farina e cose d’ogni tipo, una bilancia scarlancata
di due secoli fa e troviamo Coca-Cola e Fanta e una bibita locale di ananas, che si chiama “Youchi”. Beviamo e nonostante l’ora (sono le 2 pm.) e la fame, decidiamo di raggiungere Boudenib, il primo centro di una certa  importanza con l’intenzione di  andare ad un ristorante di IV° a festeggiare il rientro su una strada che ha qualcosa di strada. Il cammino quindi procede al caldo, in un paesaggio squallido e quasi del tutto privo di vita animale, con la solita cappa grigia che ci sovrasta e la polvere e la foschia che velano tutte le basse montagne che man mano superiamo.

Un sospiro di sollievo quando arriviamo a Boudenib: delusione grossa al  vedere che si  tratta di  un piccolo centro ancora tagliato fuori da ogni contatto col mondo, quindi abitato da povera gente, in tuguri di terra bassi un piano e privi di ogni cosa.
La strada che collega questa cittadina con l’Algeria è in costruzione, s’intende quella d’asfalto e in quest’ultimo tratto ce la siamo trovata ormai  terminata a fianco del  MAF

- mai era possibile entrarvi!


Chiediamo se ci fanno mangiare qualcosa in un locale che più squallido non v’é e non ho visto mai in duecento anni di viaggi e in quei pochi film che ho visto. Non c’è un mobile, i muri sono imbrattati e privi d’intonaco, mancano le porte e ogni tanto nella parete, ad una certa altezza, si  apre una finestrucola che magari dà in un’altra stanza. Le sedie, di compensato o roba del genere, sono legate col filo di ferro e piuttosto traballanti. Su di un tavolo, la nostra mensa, c’è una tovaglia di tela cerata rotta, unta e bagnata. Il tetto sopra, mostra le tegole appoggiate su travi disposte in tutte le direzioni e raffazzonate su con ogni sorta di asse, bastoni ecc. Passati dal primo al secondo androne di questo genere, intravediamo la cucina da una parte e un cortiletto dall’altra. Nella prima stanno già preparandoci un pollo che solo al vederlo, ci ha già soddisfatti, nel secondo c’é un pozzo dal quale peschiamo un secchio d’acqua per rinfrescarci.
Una bottiglia di minerale che noi chiediamo, mette in difficoltà il garzone che va a cercarla in paese a lungo; chiediamo vino; qui non c’è la licenza per venderlo, d’altra parte noi abbiamo  sul MAF qualcosa di vino di Cammello
e barattiamo quello con una bottiglia marocchina sottobanco, mentre ci sbafiamo una specie di pollo alla cacciatora ottimo; ripartiamo poi verso Ksar Es Souk per raggiungerla entro sera.
La giornata è stata dura e faticosa, bisogna avvertire l’Italia che siamo ancora vivi e quindi si riapre il solito discorso:

- come possiamo telefonare a casa?


Dino ha già tentato e chiesto, ora facciamo così: andremo all’Hotel e lì staremo nell’attesa finche non riusciamo a telefonare, almeno Dinaro farà così, mentre noi piantiamo la casa al camping. Ma appena dentro, impariamo che il camping è a 17 Km dalla città, proprio sulla strada che abbiamo fatto or ora. Si decide allora di prendere una o due camere e di fermarci qui.
Entriamo in un altro mondo, incrostati come siamo della lordura del deserto e delle insabbiature!! Barba lunga, aspetto poco rassicurante e fuori luogo in un Hotel a quattro stelle, cioè di super prima, con tanto di "patacchi e patacche
".
Con 120 Dhiram prendiamo due chiavi e ci troviamo in un’alcova favolosa: aria condizionata, bagno e doccia con acqua a tutte le temperature, letti comodissimi, phon nel soffitto e ci slavazziamo saltando da un polo all’altro. Giù, quando riscendiamo fa un certo caldo e quasi quasi quella piscina lì sotto i piedi ci fa di nuovo saltare in acqua, ma dentro, nel ristorante, c’è il Governatore e allora i turisti devono mangiare fuori all’aperto, fra piante tropicali, proprio vicino all’acqua. E consigliamo a Bob di non buttarsi, per non lavare i clienti.
Intanto che temporeggiamo, ci chiudono il ristorante (non eravamo d’accordo così) e bisogna andare a smaroccare (il contrario di maroccare, cioè mangiare in Marocco) allo Snack. Aspetta, aspetta, ad un’ora come le undici ci smarocchiamo una bistecca e un paio di vini e andiamo a letto senza caffé, perchè non usa dopo una certa ora. Siamo d’accordo che ci passino la telefonata in camera quando la linea è aperta.

Galleria




Quasi a Boudenib




Boudenib



Boudenib



Boudenib




Ksar es Souk
(Errachidia)




Ksar es Souk
(Errachidia)




Uno Ksar a
Errachidia




Errachidia
Il mercato centrale





Errachidia
mercato dei legumi

 

Dormiamo all'Hotel Maroc Tourist, quattro stelle, nel lusso più sfrenato,
la notte fra il 29 e il 30 luglio
a Ksar Es Souk (Errachidia)

 




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